Notizia — 20/03/2006

Notizia

"Da che parte dobbiamo stare?" F. Carena

Lunedì 20 marzo 2006

Articolo per chiarire posizioni che parrebbero non chiare dei credenti:

Gesù da che parte dobbiamo stare?

Da molto tempo sento dire dalla Curia Vaticana che la Chiesa (Cattolica) non si schiera da nessuna parte politica per le prossime elezioni e per tutte le elezioni.

Come cristiano mi sono invece chiesto: «Sarà vero? È possibile questa posizione? Gesù dove dobbiamo andare in un tempo confuso, dove nessun popolo riesce a sdegnarsi di fronte alle violenze, così tanto, da far terminare una guerra oscena?»

Il Gesù storico fu vittima di un sistema assolutista, quello costituito dagli scribi e dai farisei. In nome di Dio respinsero Gesù come falso profeta, nemico della verità, traditore delle tradizioni e seduttore del popolo. La storia infatti mi insegna che le nuove idee, se intaccano la corruzione del potere di ogni tempo, chi per primo le esprime viene quasi sempre ucciso o messo a tacere.

Nella politica come nella religione, da cristiano, due cose sono per me essenziali sulle quali appellarmi: la centralità dell’amore e l’importanza dei poveri.

Il più delle volte queste sono totalmente assenti ed ignorate. Questa parte politica (che ha governato negli ultimi anni l’Italia) ha ridotto le tasse ai poveri per aumentarle ai ricchi? Ha potenziato le strutture che aiutano i più deboli (come: i centri diurni per anziani o portatori di handicap, le carceri, i malati, i centri di aiuto per i drogati, i centri di ricovero per i senza tetto, le mense per i senza cibo, l’accoglienza per gli extracomunitari, …) ?

La cultura, che ci insegna la non violenza e l’amore, è stata promossa con tutte le energie possibili nella scuola e nelle sue nuove regole? La scuola superiore è accessibile a tutti? Quali programmi culturali sono stati trasmessi con il mezzo più efficace a disposizione: la TV? Oppure, nelle fasce orarie più idonee, (dalle 20 alle 22) si è preferito programmi demenziali e quiz stupidi spostando ad ore proibite (per chi lavora) l’informazione e la “cultura”?

Come si è operato per aumentare la conoscenza dei diversi, e diminuire le differenze? Le posizioni sull’ ”unione riconosciuta tra persone dello stesso sesso” hanno subito influenze religiose e favoritismi o si è operato con libera e laica scelta? E la giustizia è stata leale con il motto: uguale per tutti, o sono state erogate leggi per garantire l’incolumità di grandi ladroni imprigionando più severamente i “ladri di polli”. La ricerca è stata finanziata adeguatamente? E il teatro e tutte le arti? I giornali ed i giornalisti sono stati liberi di fare corretta informazione senza per questo subire repressioni ed intimidazioni? Si è, infine, agevolato l’operaio con mezzi di trasporto comodi ed economici?

Dopo questi interrogativi, per fare la domanda a Gesù: « dove vado?» ho chiesto a molti amici di aiutarmi! Con alcuni condivido il pensiero con altri meno, ma per tutti nutro stima e un profondo affetto.

- Giovanni Sarubbi, direttore del periodico IL DIALOGO di Manforte Irpino (AV):

«Dire che Gesù di Nazareth non abbia fatto politica e che quindi il cristianesimo non si schiera politicamente è una menzogna. Basti citare l'episodio riportato dal Vangelo di Luca al cap. 4 del discorso nella sinagoga nella quale egli chiede l'"anno accettevole del Signore", cioè il Giubileo, l'anno pensato per restituire la libertà agli schiavi e ridare la terra a chi l'aveva persa. Un anno per ribadire che l'unico proprietario della Terra è Dio e noi ne siamo solo i temporanei utilizzatori. Altro che neutralità.»

- Ermis Segatti, sacerdote, Docente in Storia del Cristianesimo, Facoltà di Teologia Interdiocesana Italia Settentrionale:

«In primo luogo, credo che la scelta di Gesù, in un periodo e in un terreno infuocato da tensioni politico-religiose quale era la Palestina del suo tempo, fu innanzitutto quella di sottrarsi all'abbraccio mortale delle ipotesi politiche allora correnti.

Non con i sovversivi radicali, oggi si direbbero estremisti o terroristi: essi avevano in mente una restaurazione dello stato teocratico, guidato da Yahwè, sulla base di una interpretazione letteralistica di certe parti della Bibbia, costi quel che costi.

Non con i moderati, cioè aperti al compromesso con varie sfumature al loro interno, ma sempre concependo la fede come entità politicamente ben visibile, sulla base di una spartizione delle aree di influenza; mantenendo la purezza del culto, ma con poteri ben definiti e riconosciuti da parte della superpotenza del tempo, Roma: in sostanza la maggioranza dei sommi sacerdoti e i sadducei.

Non con gli opportunisti, disposti a qualunque sincretismo pur di esser lasciati in pace nei loro affari. Ancora i sadducei e altri di vario livello.

Non con i puristi, i farisei, che in nome della rigorosa osservanza della Torah, correvano il rischio di staccarsi come élites rispetto alla gente comune.

Non con la gente comune indifferenziatamente, in quanto anch'essa bisognosa di conversione.

E con i poveri?

Gesù li preferisce, li sceglie in modo prioritario perché appunto essi hanno meno legami, meno aderenze e possono dimostrarsi più pronti ad avvertire la signoria di Dio e non di qualcun altro piuttosto che di Lui. Ma non li usa come arma politica e non li organizza intorno ad una strategia di potere. E ciascuno può divenire come loro. In ogni caso, credo che si rivolga a loro anche perché sono facilmente la carne di cannone dei potenti.

Il famoso discorso della moneta, “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” lo dice con chiarezza: c'è qualcosa su cui Cesare non ha potere e qualcos'altro in cui Dio non c'entra direttamente.

Questi confini restano nel fondo tali anche oggi, anche se la realtà del pianeta terra è molto cambiata e richiede un impegno di lettura specifico a seconda dei vari subcontinenti. Per dire: tutte le componenti che sopra elencavo erano, di fatto, composte da credenti sia pure con varie espressioni religiose. Oggi, beninteso soprattutto in Europa occidentale, questa non è più una ovvietà. E la signoria di Dio dovrà, qui, tradursi in termini accettabili di onestà e corretta laicità che implichi un ripensamento leale da parte dei credenti del rapporto tra fede e politica, e una riconsiderazione altrettanto leale da parte dei non credenti del modo di intendere e recepire chi non crede nella pienezza della società civile e della dignità umana.»

- Antonio Rocco Labanca, Giornalista di Telesubalpina, direttore di Torino vista da Nord, Editore:

«Mi sto rendendo sempre più consapevole che il Cristo ha inaugurato una convivenza politica (un “regno” secondo il linguaggio del tempo) che non è di questo mondo. Capisco anche che ciò non significa che essa non abbia valore per il presente.

In quanto “spada a doppio taglio” che si insinua nelle coscienze, la Parola di Dio non può rivelarsi “neutrale” rispetto a ciò che le coscienze decidono. La dimensione pubblica è indubbiamente fra le prime sicuramente ad essere penetrata. Nessuno può arrogarsi il diritto o il privilegio di affermare che le proprie scelte politiche siano quelle di Dio, o di una religione. Ma la coscienza può valutare ciò che è “secondo Dio”: cioè a favore dell’uomo.

La guerra – massima espressione dell’odio fomentato da ideologie e azioni violente negli inevitabili conflitti - è sicuramente contro l’uomo. Lo sfruttamento nelle sue molteplici forme e secondo i diversi gradi offende Dio nella creatura che Egli ha voluto libera.

Solo una cattiva coscienza può mistificare la realtà e non riconoscere ogni volta “da che parte” stia la verità e la giustizia.»

- Alberto Girello, Sacerdote, per anni Direttore del Corriere di Saluzzo:

«L’argomento sarebbe vastissimo. Riduciamolo all’essenziale.

Gesù Cristo ci ha dato una precisa antropologia (natura e fine dell’uomo, destino, valori, doveri e diritti….). Bisogna attenersi a questi principi per capire quale politica sia di ispirazione cristiana e quale no.

Distinguendo le due sfere di poteri (“date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’’) Gesù pone anzitutto l’esatto rapporto tra Chiesa e Stato.

Dimensioni diverse dell’unico essere umano, capacità diverse, competenze diverse, collaborazioni liberamente convergenti nel bene della persona.

Se per politica si intendono formazioni partitiche, sia Gesù che la Chiesa (sua continuità nella storia) non hanno mai fondato alcun partito e non devono farlo.

Se intendiamo invece l’ispirazione filosofica ed antropologica della politica, allora esiste una concezione cristiana ben chiara, riassumibile nei seguenti valori:

  1. rispetto della vita umana dalla nascita (statuto dell’embrione) fino alla morte naturale.
  2. difesa e promozione della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna secondo il diritto naturale.
  3. solidarietà, quindi scelta dei poveri come modello su cui costruire la politica.
  4. sussidiarietà (lo Stato non può invadere ed occupare ogni spazio sociale – più società, meno Stato).
  5. sviluppo dei popoli come nuovo nome della pace e della giustizia sociale.
  6. rispetto della libertà di religione, fondamento di ogni altra libertà.
  7. scuola libera conforme alla tradizione culturale della famiglia nell’ambito della nazione cui si appartiene.
  8. rifiuto della violenza come strumento di risoluzione dei conflitti.

Questi principi derivano dalla concezione cristiana della persona umana, vero oggetto del bene comune e soggetto prioritario di ogni politica.

La Chiesa non chiede altro allo Stato, alla politica, che la reale libertà di svolgere la sua funzione di annuncio del Vangelo, di celebrazione del Mistero cristiano e di testimonianza di Cristo in ogni luogo e dimensione della vita, salva fatta la libertà di coscienza e la pluralità delle culture.»

- Gianfranco Monaca di Tempi di Fraternità:

«Mi piacerebbe che le elezioni mi dessero la possibilità di scegliere, fra i diversi attori politici (persone e gruppi), quelli che maggiormente mi danno garanzia di saper realizzare programmi realistici nella direzione delle utopie che appartengono ai miei orizzonti culturali.

Ma che cosa farei se nessuno dei “soggetti politici” proposti alla mia scelta rispecchiasse nei suoi programmi il mondo delle mie utopie o mi desse sufficienti motivi di credibilità?

Turarsi il naso e votare per il meno peggio (secondo la ricetta di Montanelli) riservandomi il diritto di protestare e contestare immediatamente dopo l’avvenuta elezione (come si propone don Milani nella famosa lettera a Pipetta). Quello che non mi sentirei di fare è chiamarmi fuori e sedermi in cima all’Aventino aspettando gli eventi.

Siamo in quaresima: le tentazioni del Messia (e di chiunque tenti di farsi suo discepolo) sono essenzialmente politiche.

La prima: identificare il proprio ruolo messianico con l’obiettivo di trasformare le pietre in pane (pietre sono tutti i minerali, e ne vediamo ogni giorno la trasformazione in “pane” ), cioè privilegiare il miracolo economico?

La seconda: tendere a dominare il mondo e così imporre a tutti i popoli e i paesi la propria autorità globale, la propria logica, il proprio modello di cultura, di giustizia, di successo, di felicità come “volontà di Dio”?

La terza: volersi invulnerabile, facendosi beffe delle leggi della natura per riscuotere lo stupore del mondo e mostrando di poter sopravvivere, compromettendo Dio in comportamenti oggettivamente suicidi?

Gesù di Nazaret scarta sdegnosamente come sataniche queste eventuali letture del compito messianico: il lavoro del Messia e di coloro che credono in lui vuole mettere più fiducia nella Parola di Dio che nelle “pietre”; non trasformare violentemente l’umanità in un gregge di sudditi inginocchiati ma invitarla a un convivio di diversità; e tanto meno preferire la logica taumaturgica alla logica dell’Esodo, faticosa ricerca di libertà tramite un lungo e problematico cammino nel Deserto.

Alla fine della Quaresima, la processione delle Palme (o dell’Ulivo) proclama che a Gerusalemme questo progetto messianico ricevette l’acclamazione di una minoranza, assolutamente irrilevante per il Tempio e l’Impero, ma definitiva dal punto di vista della proposta evangelica. E Gerusalemme è ovunque.

Talvolta si fa una gran confusione sulla legittimità o meno delle interferenze tra religione e politica: di fatto la religione è un modo di fare politica, si tratta soltanto di decidere da quale parte. Il Maestro di Nazaret non ha esitato a scegliere tra una classe di professionisti della religione (i sadducei e i capi dei sacerdoti, schierati con i grandi capitalisti e il potere imperiale romano occupante) e la dimensione profetica della tradizione, disperatamente abbracciato alla Torah e ai poveri d’Israele, agli emarginati, ai malati e a tutti i senza potere. E dunque alla croce.»

- Enrico Peyretti, scrittore, il foglio:

«Ci ho pensato qualche giorno e non trovo di meglio che mandarti questo articolo, secondo me ben rappresentativo di ciò che chiedi. (del 19 febbraio 2004, modificato 4 aprile 2004) (pubblicato su il foglio, n. 313, giugno 2004; www.ilfoglio.org)

Gesù non era scemo

- Amare i nemici, diceva.
- Furbo! Quelli ti odiano e tu li ami.
- Prestare senza aspettarti restituzione.
- Fallimento assicurato!
- A chi ti dà uno schiaffo, porgi l’altra guancia. A chi ti prende la tunica, dai anche il mantello.
- Così lo incoraggi a continuare!
- Se uno ti costringe per un miglio, tu vai con lui per due miglia.
- Sì, e poi?

Tanti bravi cristiani mettono silenziosamente da parte queste esagerazioni di Gesù: «va bene, voleva dire di essere generosi, ma se dovessimo prenderlo alla lettera…». E chi è meno pio giudica che Gesù insegnasse a sottomettersi ai prepotenti. Tre volte bon – dicono a Venezia – con quel che segue... Non è così che si sta al mondo.

Come capire questi insegnamenti?

Walter Wink, nel libro Rigenerare i poteri, discernimento e resistenza in un mondo di dominio (edizioni EMI, Bologna 2003) dà alcune interpretazioni interessanti. Giorgio Barazza, che ringrazio molto, me ne fornisce una sintesi, che io qui restringo ancora.

Questi consigli di Gesù offrono una misura pratica e strategica per dare agli oppressi un potere nonviolento e liberante (pag. 308).

Il prepotente umiliato

«Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Io invece vi dico di non resistere al male, anzi, se uno ti colpisce alla guancia destra, volgigli anche la sinistra» (Matteo 5, 38-39). Per colpire la guancia destra, l’altro avrebbe dovuto usare la sinistra, il cui uso era vietato, riservato ai soli compiti impuri. Dovendo usare la mano destra, il colpo sulla guancia destra poteva essere solo un manrovescio. Questo colpo, più che una percossa inflitta ai propri pari, era un’umiliazione, destinata agli inferiori: schiavi, figli piccoli, donne. Gesù parlava a povera gente, che conosceva questa umiliazione. Ora, offrire l’altra guancia era privare l’oppressore della sua pretesa superiorità. Era come dirgli: «Prova ancora. Io non ti riconosco il potere di umiliarmi. Sono pari a te. Tu non riesci ad offendere la mia dignità». Questa reazione avrebbe messo l’offensore in difficoltà: come può colpire ora la guancia sinistra (ovviamente con la propria destra)? Non più con un manrovescio (impossibile), ma con l’interno della mano, come farebbe in una rissa con un proprio pari. Anche se facesse flagellare l’inferiore per quella reazione, questi avrebbe comunque mostrato in pubblico la sua uguaglianza naturale con chi si crede superiore. Un debole ha impedito a un prepotente di svergognarlo, ed anzi ha svergognato lui. Dirà Gandhi: «Il principio dell’azione nonviolenta è la non-collaborazione con tutto ciò che si prefigge di umiliare».

Il ricco svergognato

Leggiamo poi: «A uno che vuole trascinarti in giudizio per prenderti la tunica, dagli anche il mantello» (Matteo 5, 40). Questa disgrazia poteva capitare a un povero, carico di debiti. Ce n’era certamente, tra la gente che ascoltava Gesù. L’indebitamento era una piaga endemica nella Palestina del primo secolo. I romani tassavano pesantemente i ricchi. Questi investivano in immobili, cioè in terre, per mettere al sicuro il denaro. La legge e l’uso ebraico erano contrari alla vendita della terra, il bene più ambito. Ma l’innalzamento degli interessi rendeva sempre più difficile ai contadini piccoli proprietari il saldo dei loro debiti e li costringeva a vendere la terra ai ricchi. Ai poveri così derubati, chiamati in tribunale a pagare nuovi debiti, senza più terra da vendere, Gesù consiglia di dare via anche l’ultima veste. Sarebbero usciti dal tribunale completamente nudi. C’è da immaginare che la folla in ascolto del discorso della montagna a questo punto sia scoppiata a ridere. Nella scena abbozzata da Gesù, il creditore è lì con gli abiti del debitore in mano, mentre questo esce nudo. La situazione si ribalta a favore del povero debitore. La legge lo condanna a quella condizione, ma, denudandosi, egli eleva un’aspra protesta contro il sistema che lo riduce così. La nudità era tabù in Israele ma più del nudo era censurato chi lo guardava e chi l’aveva causato. Il creditore è posto nella condizione di voyeur, quella per cui Cam fu maledetto (Genesi 9). Il sistema che opprime i piccoli proprietari è smascherato. Il creditore, se comprende, può pentirsi della durezza di cui ha approfittato legalmente. Il povero che si riteneva impotente scopre di poter avere l’iniziativa, e, anche se l’ingiustizia legale rimane immutata, ne dimostra l’assurda crudeltà, la ridicolizza. Il vero denudato è il creditore e la legge che lo favorisce.

L’occupante prega l’occupato

«Se uno ti vuol costringere per un miglio, va’ con lui per due» (Matteo 5, 41). Chi può costringere così un altro? Il contesto è l’occupazione militare. I soldati romani occupanti potevano imporre questa angaria (corvée, lavori forzati) ai locali, per esempio facendo portare carichi pesanti. Per le popolazioni soggette ai romani, ciò era motivo di forte risentimento. Ed era già un provvedimento benevolo la limitazione ad un miglio. La quale indica pure che dovevano essere frequenti gli abusi dei soldati, che imponevano percorrenze maggiori. Gesù non propone né la rivolta né la sottomissione. Propone un atto con cui l’oppresso riprende l’iniziativa e afferma la propria dignità. Immaginiamo la scena: passata la prima pietra miliare, il soldato si sente dire dall’ebreo con fermezza e dignità: «Te lo porto un altro miglio», e deve pensare: cosa diavolo ha in mente? mi vuole provocare? vuole denunciarmi, farmi punire? Dalla situazione servile, l’oppresso ha ripreso la sua libertà d’azione. Il soldato è disorientato davanti all’imprevedibile. Oggi non riesce a sentirsi superiore ai civili. Si abbassa a pregare l’ebreo di restituirgli il carico! Lo humor di questa scena può sfuggire a noi, ma non sfuggiva agli ascoltatori di Gesù, ben esperti di questa prepotenza, bisognosi di riscattarsi.

Né scemo né vigliacco

L’amore verso il nemico vuol dire anche portarlo in condizione di incertezza e di ansia, che possano aiutarlo a cambiare comportamento. Quando Gesù, nella sinagoga di Nazareth (Luca 4, 14 e seguenti) inaugura la sua missione attribuendosi la realizzazione della profezia di Isaia (cap. 61): «Lo Spirito del Signore … mi ha inviato … a liberare gli oppressi», non fa dello spiritualismo disincarnato, tanto meno propone una “religiosa” rassegnazione alla violenza terrena per guardare solo all’aldilà. Gesù non era né scemo né vigliacco, come dimostrò fino in fondo. Era anche un leader della lotta nonviolenta.

- Franco Barbero, Teologo sacerdote della Comunità di Basi di Pinerolo:

«Ci vuole del fegato a scrivere che Gesù di Nazareth non si è schierato con i più deboli e i perdenti della società del suo tempo. Certo, il nazzareno non ha sbarrato “le porte della conversione” a nessuno, ma le sue scelte concrete e le sue parole evidenziano il suo stare da una parte, quella degli ultimi. Il Gesù “ad usum omnium” (ad uso di tutti) è un tradimento ecclesiastico che è avvenuto progressivamente da quanto si è fabbricato il Cristo dei dogmi a scapito del Gesù della storia. Lo abbiamo così elevato, glorificato, divinizzato fino al punto di cancellare la sua umanità e la sua immersione nella realtà oppressa del suo tempo.

Il telogo cattolico Jean-Marc Ela scrive: “seguire Gesù significa attualizzare il suo messaggio sovversivo, cioè il suo partito preso per i poveri contro le situazioni di miseria e di oppressione” (in Ma foi d'Africain). Questa è la “politca” che fa parte della sequela di Gesù. Ma, purtroppo, il cristianesimo ufficiale, quando dice che non fa politica, in realtà non fa “questa” politica perché il più delle volte si trova dall'altra parte. Lo si constata con dolore».

«Per Gesù e tutto il Nuovo Testamento, - scive Leonardo Boff Teologo della liberazione Brasiliano - il povero non è un tema fra gli altri! È il punto di partenza dal quale si scopre il Vangelo come buona notizia di liberazione (“Beati voi poveri”). Se non provassimo amore per l’affamato, per l’assetato, per il pellegrino e per il carcerato, nessuno, potrebbe ascoltare le parole: “Venite voi che siete i benedetti dal Padre mio; entrate nel Regno che è stato preparato per voi fino dalla creazione del mondo” (Mt25,34), perché “in verità vi dico che tutto quello che non avete fatto ad uno di questi piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25,45).»

Quali giustificazioni possiamo portare di fronte a Dio sui bambini iracheni percossi e derisi, sulle torture di Abu Grahib, sui sequestri-detenzioni di Guantanamo, sulla guerra, sulla violenza…

Le lacrime di questi bambini non ci porteranno alcun bene e la sofferenza ed il sangue che abbiamo causato ricadrà su di noi, non è possibile immaginare un mondo che continui su questa direzione.

Nell’amore incondizionato e nei poveri si incontra quindi la centralità del messaggio di Gesù. Parlare di Dio senza mostrare nessuna compassione verso i poveri e gli offesi è una bestemmia.

Infine nessun documento Sacro può esprimersi come tale se contiene al suo interno citazioni che giustificano le discriminazioni e le disuguaglianze e così dovrebbe essere anche per la politica. Mi fanno ridere quei politici che parlano di radici cristiane ma insultano ed allontanano i musulmani che sono gli oppressi nella nostra Italia.

Sulla strada che da Gerusalemme scendeva a Gerico chi ha soccorso il ‘prossimo’ derubato e seviziato? Non fu certo un sacerdote né una persona della tribù di Levi - dice Gesù - ma un Samaritano: un diverso di quel tempo. (Luca 10)

Pertanto con certezza posso affermare che Gesù è venuto per i falliti e gli opressi, ha curato i malati, sostenuti i prigionieri, non ha umiliato le donne, non ha allontanati i diversi, ha regalato il paradiso ai poveri, ha rifiutato la ricchezza vivendo in modo sobrio, non è stato violento e non ha mai fatto o inneggiato alla guerra! Da che parte politica quindi dovremmo stare?

Ho appena ricevuto la circolare 2006 di Pedro Casaldàliga, vescovo per molti anni in Brasile (poeta e timoniere del nostro tempo per la sua lucida intelligenza e per il suo cuore immenso) mi pare giunta a proposito e con chiarezza per la mia domanda, e scrive:

«Poesia necessaria come il pane di ogni giorno dice il poeta. Poesia e utopia fanno rima, ed entrambi sono totalmente indispensabili per attraversare il tunnel. Noi non accettiamo questa ufficiale società che riduce la vita umana a mercato o, nel migliore dei casi, si propone l’obbiettivo, sempre apprezzato, di ridurre la fame alla metà … .

Siamo indignati e perplessi. Molte voci, da molte parti, dichiarano che siamo in crisi. E quindi, queste cose, non vanno bene né a Dio né al Mondo.

Nonostante, essere in crisi non è necessariamente una disgrazia. La crisi è la febbre dello spirito. Se hai febbre hai vita. I morti non hanno febbre.

Non si tratta di ignorare la realtà. Ma ancor più: bisogna assumerla e trasformarla, radicalmente. Adesso non ci conformiamo più con il proclamare “un altro mondo è possibile”; dichiariamo che è fattibile e lo facciamo. L’Agenda Latinoamericana Mondiale che stiamo preparando per il 2007 si intitola esattamente “Esigiamo e facciamo un’altra democrazia”. “Abbasso –con il popolo- e la sinistra”, dichiarano gli zapatisti nell’ “altra campagna”. Si è annunciato che stiamo andando”verso il Socialismo del XXI secolo”, con “l’Umanità come soggetto” del cambiamento.

L’utopia è necessaria perché la disuguaglianza tra i ricchi e i poveri aumenta, secondo l’ONU, compreso i paesi del Primo Mondo. La nostra America, secondo la OEA, è la regione di maggior ingiustizia per la sua sistematica disuguaglianza. C’è più ricchezza nella terra, però c’è anche più ingiustizia L’Africa è chiamata “la prigione del mondo”, una “Shoà” continentale. 2.500 milioni di persone sopravvivono sulla terra con meno di 2 Euro al giorno e 25.000 persone muoiono ogni giorno di fame, secondo la FAO. La desertificazione minaccia la vita di 1.200 milioni di persone in un centinaio di paesi. Agli emigranti si nega la fraternità, e la terra sotto i piedi. L’ EEUU (ndr. USA) costruisce un muro di 1.500 chilometri contro l’America Latina; e l’Europa, a sud della Spagna, alza uno sbarramento contro l’Africa. Tutto questo, non solo è iniquo, ma programmato. Un emigrante africano, in una lettera commovente, scrive: “tra i muri di separazione” sottolinea “vi prego di non pensare che sia normale che viviamo così, perché questo è il risultato di un’ingiustizia stabilita e sostenuta dai sistemi inumani che uccidono e impoveriscono … Non appoggiare questo sistema con il tuo silenzio …”.

Però l’Umanità “si muove”; e si sta avviando verso la verità e verso la giustizia. C’è molta utopia e molto compromesso in questo pianeta disincantato. Qualcuno ci ha ricordato che il XX secolo “è stato un immenso cimitero di imperi: il britannico, il francese, il portoghese, l’olandese, il tedesco, il giapponese e il russo”. Rimane, traballante, l’impero statunitense, che crollerà anch’esso. “L’America Latina si sta allontanando dalla tutela degli Stati Uniti” e l’Asia gli sta voltando le spalle, nella prima riunione, organizzata dalla ASEAN. La UNESCO ha dichiarato patrimonio dell’Umanità la Diversità Culturale. Il XXI secolo –che noi sappiamo sarà un secolo mistico- sarà anche il secolo del Medio Ambiente (ndr. Ecologia). Il dialogo ecumenico e il dialogo interreligioso crescono a vari livelli, come un nuovo paradigma della fede religiosa e della pace mondiale. Le Chiese, le Religioni, si dovranno indispensabilmente incontrare e dovranno fare la pace per la pace nel mondo.

Nella Chiesa Cattolica, dentro ad una monotona continuità ufficiale, che già ci aspettavamo, molte comunità e molti gruppi di riflessione teologica e pastorale sanno essere contemporaneamente fedeli e liberi. Stiamo imparando ad essere una Chiesa adulta, unica e pluralista. Se rifiutiamo la dittature del relativismo, altrettanto ricacciamo la dittatura del dogmatismo. Non permetteremo che il Concilio Vaticano II diventi un “futuro dimenticato”; e sollecitiamo il processo di preparazione di un nuovo Concilio, veramente ecumenico, che porti dalla fede cristiana un maggior impegno al compito di umanizzare l’Umanità.

Continuiamo promuovendo l’utopia, il compromesso, la trasparenza, la vita. E ricordiamoci che l’utopia deve essere vissuta nella pratica giornaliera, che “la speranza si giustifica solo in quelli che camminano” e che “a noi ci è data per servire i disperati”. Per offrire questo servizio penso che oggi ci viene richiesta, soprattutto, una testimonianza coerente, una avvicinarci samaritano, una presenza profetica.

…»

Stiamo camminando verso un’unica società mondiale. Questa geo-società ha il volto del Terzo Mondo, perché quattro miliardi di persone –su sei miliardi- secondo i dati della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Mondiale, vivono al di sotto della soglia della povertà. L’inquinamento e lo sfruttamento ambientale hanno assunto livelli degni di preoccupazione. Di fronte a queste realtà e a queste sfide sta il vero valore ed il vero scopo della politica, di tutte le “politiche”: salvare la vita.

Pertanto chi è sordo dinanzi al grido degli oppressi, (di tutti gli oppressi ben inteso e per ogni ragione) non ha nulla da dire in nome ‘Suo’, né noi, che siamo credenti, abbiamo da spartire con loro.

Franco Luigi Carena

Documenti

Torna all'archivio dei comunicati